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Non capita spesso, nelle dimore estive di famiglia, di leggere un romanzo nuovo di zecca e vedere spuntare d'improvviso, tra le pagine, un personaggio che rispecchia sembianze e ruolo dell' antico 'legittimo' padrone di casa propria, risalente magari a due secoli fa. Questo è quanto mi è capitato, leggendo 'Il Campo del Metato' di Antonio Mazzieri. Uno splendido quadro tra storia e fantasia, della vita sociale, economica, religiosa e politica del Frignano del '700, sul crinale appenninico modenese, là dove gli ambiziosi disegni degli Estense si intrecciavano un tempo con vicende di pastori e poveri diavoli di campagna, soliti affidare sorti amorose e raccolti, unicamente alla propria genialità, alla clemenza del Cielo e a quella delle stagioni. Il maestro Mazzieri, immaginando il ritrovamento di un antico diario, ricostruisce la tela di una società contadina un po' superstite ed un po' perduta, tramandando alla memoria valori di cui oggi si stenta a cogliere il significato. Così, mentre la macchia avanza e divora campi e villini immersi nel verde, ambiti e poi 'abbandonati' al bizzarro propagarsi di erbe, radici ed acque piovane, in luoghi in cui per caso e con risorse modeste, solo alcune famiglie cercano di salvare il salvabile, leggo che un 'immaginario' pastore, arriva ad un antico borgo simile alla nostra Casaruola di Pianorso, villa rurale , con oratorio le cui origini risalgono all'anno Mille. Tale villa, appartenuta al feudo di Rancidoro, entrò in possesso dell'avvenente ed ombroso Vincenzo Mosti D'Este, di cui il famoso ritratto di Tiziano in Pitti, a Firenze e successivamente, tra il 1661 e 1750, fu proprietà del dottor Marco Lorenzi, latinizzatosi in Laurenti, che per testamento erogò ogni cosa a fini filantropici e religiosi, fondando l'Opera Pia Laurenti. Il medico, 'immagina' il romanzo, è appena uscito a cavallo per recarsi in visita ai pazienti ed il pastore che lo cerca, stanco, si siede sulla panchina di pietra, addossata al muro, quella stessa ancora esistente su cui sono solita sedermi anch'io a leggere e ad ammirare i preziosi loggiati settecenteschi sostenuti da eleganti pilastrini di pietra, squadrati e datati a mano dall'arte degli antichi scalpellini. Segue però l'ascesa 'per merito' del pastore Diotallevi, a ruolo di consigliere amministrativo locale, tra curiose usanze e fragranze consolatrici di burlenghi e crescentine. Spunti di riflessione emergono dall' evolversi di contesti famigliari, in cui 'coscienza e onore' di marito e padre di famiglia non conoscono rivalse femministe, nè contestazioni. Nessun gendarme nemmeno nei mercati a punire raggiri e slealtà. La gente stessa, gente sana e semplice sa vergognarsene, sa epurarle, essendo questo il segreto di una società pacifica. Non che i problemi manchino: il Duca di Modena, in visita, passa sulla Via Vandelli costruita per agevolare il passaggio alla nobile nuora proveniente dalla Toscana. Il suo sguardo è assente, insensibile, tanto che disdegna sia i doni pubblici che le petizioni urgenti di chi è stretto dal bisogno, eppure la gente che gli fa ala in corteo non lo odierà e rassegnata ricorderà solo che aveva un 'brutto' naso. Al di sopra di tutto vigila infatti l' ironia comprensiva di uno scrittore di maturata esperienza, tanto simile al cielo capriccioso cui la narrazione si aggrappa, a tratti ricorrenti, cielo radioso di sole o copioso di pioggia su ricci di castagne che, ignari del 'metato' ovvero l'essicatoio che le attende, sorridono sempre.
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